[Metodo] Il Carisma AMI

Il carisma AMI

Il carisma AMI fin dall’origine si è fatto stile di relazione sempre più profonda e di servizio all’uomo, malato e/o anziano, con l’intento d’integrare quanto è offerto dalla Struttura e da altri gruppi di volontariato. Uno stile che, colui che si sente di aderire, attinge dai momenti di riflessione, di preghiera, di catechesi o di formazione, dai seminari di studio e dai corsi di aggiornamento, come occasioni continue per sostenere la propria spiritualità.

Il convegno, organizzato l’11 febbraio 1995 in occasione della terza giornata mondiale del malato, dal titolo “Ascolta ciò che non dico” ha posto le basi del nascente gruppo di volontariato, divenuto Associazione con autorizzazione ufficiale del Consiglio d’Amministrazione del Pio Albergo Trivulzio il 27 luglio 1995. L’Arcivescovo, Card. Martini, informato di quest’iniziativa, in occasione della sua visita al Trivulzio il 31 dicembre 1995, l’ha accolta con soddisfazione, come tentativo di colmare, almeno in parte, il progressivo venir meno delle suore negli ospedali e nelle strutture d’assistenza agli anziani.

L’Associazione è denominata A.M.I. (Associazione Maria Immacolata) per indicare in maniera inequivocabile la sua finalità spirituale ed ecclesiale.

Spirituale, per rispondere al bisogno più profondo dell’uomo che va oltre i beni materiali e che non necessariamente s’identifica con qualche forma di religiosità. Ecclesiale, per testimoniare la presenza della Chiesa e la sua sensibilità verso il mondo dei malati e degli anziani.

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Lo stile del volontario AMI

Il volontario ami, dunque, ha un suo carisma e uno stile operativo da esprimere. Quali aspetti sostanziano lo stile del volontario ami? Lo stile che caratterizza il volontario di questa Associazione è quello dell’attenzione all’uomo “solo” e del rispetto della dignità della persona mediante il silenzio, l’ascolto, l’attenzione, la vigilanza, l’umiltà, l’apertura, la gioia e la partecipazione, ma anche le virtù teologali e il ringraziamento che si celebra nell’Eucarestia.

Il volontario ami s’impegna a considerare il malato come soggetto e non come oggetto del suo servizio. Per realizzare quest’obiettivo al primo posto, al centro del rapporto interpersonale col malato, mette il silenzio e l’ascolto. Non un silenzio vuoto, ma un silenzio attivo e partecipativo, che lascia massimo spazio all’ascolto dell’interlocutore. L’ascolto è il fondamento d’ogni relazione d’aiuto ed il presupposto d’ogni forma di comunicazione. Attraverso l’ascolto, il malato ha la calda percezione di essere preso in considerazione. Ha la possibilità di esprimere il suo disagio, le sue sofferenze, di svelare un’emozione, una paura, e di uscire da una situazione d’isolamento. Il volontario ami antepone l’ascolto all’azione, ovvero ai gesti di servizio di tipo esclusivamente materiale, rivolti al contesto esteriore della persona. Egli sa che ascoltare vuol anche dire stare vicino, “perdere tempo” accanto al malato, soffermarsi a capire, porre discrete domande e ascoltare risposte, lasciare spazio al dialogo ma anche alla riflessione e ai silenzi, in modo da far nascere un rapporto di fiducia duraturo, affidabile e non passeggero e superficiale.

L’umiltà va intesa come non suscettibilità, non permalosità, come il saper accettare il rimprovero o lo sfogo da parte dell’ammalato o dei parenti. L’apertura è la disponibilità ad accettare di comunicare con qualunque persona in situazione di bisogno, appartenente a qualsiasi condizione sociale o culturale o religiosa, affetta da ogni tipo di malattia. La partecipazione, poi, implica di prendere parte attiva alla vicenda dell’ammalato, entrando in sintonia col mondo interiore di quella persona e cercando di rispettare la sua sensibilità. La vigilanza fa riferimento ad un controllo equilibrato dei propri istinti o sentimenti, alla capacità di non lasciarsi travolgere emotivamente, così che anche di fronte alle situazioni più tragiche si può essere capaci di trasmettere all’ammalato un senso di fiducia e di serenità. La gioia significa saper dare significato e valore alla vita anche in condizioni dolorose e di afflizione sia interiore che fisica.

Per rendere effettivo e credibile questo servizio, al volontario si richiedono poche ma essenziali condizioni. Fedeltà all’orario di presenza, perché non si può deludere il paziente che vive, anche, attendendo la nostra presenza. Fedeltà all’incontro di gruppo, per non sentirsi soli nello svolgere il proprio compito, e per comunicare i bisogni, i desideri, le proposte, le difficoltà, le emozioni incontrate nel servizio. Fedeltà al momento della preghiera comunitaria, perché il ministero della sofferenza divenga il gesto di Cristo che salva.

Carisma e stile danno una qualità anche alla nostra vita personale e sociale. L’esistenza si apre a nuovi orizzonti capaci di dire grazie, Signore, perché esisto, grazie perché la vita è anche questa, grazie perché imparo a trovare un significato anche là dove altri fuggono inorriditi. Non abbiamo paura a farci discepoli dei nostri malati e anziani e diciamo loro: grazie.

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